L’infinitamente piccolo, tra grandi scoperte e false verità. Intervista alla microbiologa Stefania Stefani

Intervista a Stefania Stefani, professore ordinario di Microbiologia generale dell’Università di Catania, sull’importanza della ricerca microbiologica per la salute, l’alimentazione e la tutela dell’ambiente.

Affabulatori, mistificatori e complottisti sono il male della vera scienza, che per definizione è oggettiva, rigorosa e riproducibile. Le loro “teorie” non rispettano le regole del metodo scientifico e della revisione paritaria. Semplicemente, non sono scienza.

Ciononostante, sempre più spesso, purtroppo, accade anche in Italia che i proclami di pseudo-scienziati o di dietrologi ossessionati dalla ricerca di oscure verità (nascoste, secondo loro, dietro qualsiasi fatto scientifico di rilevanza sociale) godano di maggiore risonanza rispetto alle scoperte di chi è davvero competente in materia. I divulgatori di notizie false e manipolate sono come un virus che, se non opportunamente debellato, può diffondersi rapidamente, finendo per suggestionare le menti più esposte ai pericoli che ne possono derivare; in genere, chi della scienza non fa il proprio pane quotidiano e non possiede gli strumenti per valutare correttamente le informazioni.

Al dilagare del sensazionalismo o delle “bufale pseudoscientifiche” spesso contribuisce chi si occupa di fare informazione senza prima aver compreso ciò che divulga o aver controllato la fonte. Da qui scaturisce il rischio di innescare un circolo vizioso. Tutti ricordano il ginepraio che ha portato alla ribalta dei media nazionali ed internazionali il celebre, quanto controverso, metodo Stamina, che la rivista Nature ha definito essere “basato su dati fallaci”, oltre che “plagio di un altro studio già sviluppato e soprattutto tecnica inefficace”.

Dinanzi all’imperare della disinformazione, se ancora oggi è viva e forte la speranza di una corretta informazione scientifica nel nostro Paese lo dobbiamo anche alla buona volontà di giovani studenti e ricercatori appassionati di scienza, che in questa settimana stanno portando avanti, in oltre 20 città italiane, l’iniziativa “La bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza”, con l’aiuto organizzativo di Città della Scienza, Pro-Test Italia, ANBI (Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani) ed il sostegno di numerose altre associazioni e siti di informazione, tra cui noi di “Inbiochem – Inside Biomolecular Chemistry”.
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Spinto dal desiderio di offrire un contributo per questa causa, ho chiesto un’intervista a Stefania Stefani, professore ordinario di Microbiologia generale e responsabile coordinatore del laboratorio di Microbiologia Molecolare e Antibiotico Resistenza (M.M.A.R.) presso il Dipartimento di Scienze Bio-Mediche dell’Università degli Studi di Catania.

 

Stefania Stefani (Unict)

Stefania Stefani (Unict)
La prof.ssa Stefani ed il suo team da molti anni lavorano su diverse linee di ricerca di Microbiologia classica e molecolare, di base e applicata, focalizzate sia su microorganismi Gram-positivi che Gram-negativi. Le loro ricerche sono molto apprezzate dal mondo scientifico, tanto da rendere il laboratorio M.M.A.R. un centro di riferimento nazionale ed internazionale negli studi della resistenza agli antibiotici. Da qualche anno, oltre ad occuparsi di resistenze, diagnostica molecolare e typing microbico, il laboratorio M.M.A.R. si occupa anche di saggi di peptidi naturali ad attività antibatterica, di studi del microbiota delle alte vie respiratorie e genitali e resistenza agli antibiotici in microrganismi di varia origine, inclusa quella ambientale.
La prof.ssa Stefani è una delle figure più competenti nel proprio campo professionale e da sempre ha a cuore le questioni che concernono l’istruzione e la ricerca scientifica, in Italia e non solo.

 

Prof.ssa Stefani, qual è la sua opinione sul progetto promosso da “Italia Unita per la Scienza”?

«Il gruppo “Italia Unita per la Scienza” si è concentrato quest’anno su un tema controverso, quello delle bufale scientifiche. La manifestazione, che si è svolta con varie modalità su tutto il territorio nazionale, ha analizzato al microscopio, anche grazie all’intervento di numerosi esperti, le dinamiche alla base della disinformazione e ha spinto il pubblico ad affrontare con spirito critico le notizie in ambito scientifico.

Una scelta azzeccata è stata quella di rendere accessibili e quindi facilmente fruibili le opinioni degli scienziati. Infatti, spesso, è proprio a causa di questa mancanza di continuità e chiarezza fra ricerca scientifica, media e pubblico che si crea la “bufala”.

Il rischio che i social network e le notizie web-based possano amplificare una notizia è concreto. Spesso si usano infatti titoli sensazionalistici e scarsi approfondimenti. Il ruolo dell’informazione è quello di catturare l’utente, ma è importante che non si riduca a mero “specchietto per le allodole”».

 

Quali sono, secondo Lei, i più importanti contributi della Microbiologia nei confronti di un tema fondamentale come la salute dell’uomo?

«Non sono facili da riassumere. Ogni giorno la comunità scientifica aggiunge piccoli pezzi al puzzle iniziato da grandi nomi della Microbiologia, come Robert Koch, che nel 1882 dimostra la correlazione tra la presenza di un microrganismo e lo svilupparsi di una malattia: si trattava in quel caso della dimostrazione eziologica  che Mycobacterium tuberculosis era l’agente responsabile della tubercolosi,  la più grave malattia dell’epoca.  Anche se, grazie all’avvento di nuove tecnologie, il concetto di microrganismo patogeno è nel tempo cambiato, ancora oggi, i suoi postulati vengono utilizzati per definire la patogenicità microbica. Ma Robert Koch è solo un esempio del grande contributo che, a metà dell’800, numerosi ricercatori hanno dato allo sviluppo delle conoscenze in ambito medico. Senza voler dimenticare Louis Pasteur e i suoi studi sulla fisiologia microbica e su molti altri aspetti, incluso quello di avere gettato le basi della moderna immunologia. Ricordo, in anni più recenti, Francis Rous, che nel 1911 scoprì il primo virus oncogeno; Alexander Fleming che nel 1929 scoprì la penicillina, il capostipite dei moderni antibiotici;  Luc Montagnier che nel 1981 descrive il virus HIV, considerato responsabile dell’AIDS e infine Craig Venter e H. Smith, che nel 1995 completano il sequenziamento di un genoma batterico».

 

Gli studi microbiologici contribuiscono solo allo sviluppo della medicina?

«Nient’affatto. La Microbiologia degli alimenti, ad esempio, studia la provenienza e il significato delle varie specie microbiche presenti nell’alimento, ed è oramai diventata una disciplina chiave per il controllo delle filiere alimentari odierne, sempre più intensive, e di modalità produttive sempre più complesse. Il rapporto del controllo degli alimenti del primo trimestre del 2014 ha allertato il sistema europeo: i dati, infatti, hanno evidenziato ben il 15% di irregolarità relative all’igiene nelle attività alimentari riguardanti il personale e  le strutture; le 191 non conformità riscontrate sono state prevalentemente dovute a Salmonella spp., Norovirus, E. coli e Listeria monocytogenes. Il sistema HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) evidenzia  quindi  la necessità di mantenere alta la vigilanza sulla tutela della salute dei consumatori.

Il contributo della Microbiologia arriva anche nell’implementazione e nella modernizzazione di pratiche antiche. Per esempio uno studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS)  da D. Mills del Foods for Health Institute, dell’Università della California (Davis), ha stabilito che i microbi non sono solo responsabili delle infezioni che possono colpire un vitigno, ma che sono anche cruciali per lo sviluppo delle sue caratteristiche organolettiche e della “personalità” stessa del prodotto finale. Microrganismi potenzialmente patogeni convivono quindi con altri (i buoni, per intenderci), il cui ruolo è invece benefico e positivo: le discipline microbiologiche, debbono affinare sempre di  più strumenti tecnologici avanzati al fine di studiare, capire  e discriminare il comportamento e le caratteristiche microbiche in ogni aspetto che circonda la nostra esistenza. Capire i microrganismi e le loro potenzialità significa certamente migliorare la nostra esistenza! Non per nulla Pasteur disse “Signori, ai microbi spetterà l’ultima parola”!  Grande previsione, non è vero?»

 

E sulla tutela dell’ambiente, la Microbiologia che ruolo sta avendo?

«Il tema microbiologico più caldo quando si parla di Microbiologia ambientale è senz’altro la tecnica di “biorimedio”, cioè l’utilizzo di microorganismi naturali o ricombinanti per la depurazione e lo smaltimento di sostanze tossiche e pericolose. Queste tecniche possono sfruttare i microorganismi residenti o possono essere impiegate tramite l’introduzione di ceppi batterici o fungini ex situ in bioreattori».

 

Un esempio?

«Acinetobacter venetianus VE-C3, un microrganismo che “parla italiano”, isolato nella laguna di Venezia nel 1996 da ricercatori di Ca’ Foscari, è un batterio marino che vive nelle acque inquinate e ha sviluppato la capacità di metabolizzare composti come gli idrocarburi rendendoli meno dannosi per l’ambiente. Il genoma completo del batterio è stato da poco sequenziato dal gruppo del Prof. Fani, presso l’Università di Firenze, in collaborazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano. Questo studio fornisce dati importanti sui meccanismi microbici alla base del metabolismo degli alcani e dell’adesione dei batteri alle gocce di idrocarburi e di resistenza ai metalli pesanti».

 

A proposito di studi rilevanti, l’autorevole rivista Science ha pubblicato una lista degli studi più importanti che sono stati condotti durante l’anno 2013, e su un totale di dieci, tre sono in campo microbiologico.

«Una percentuale davvero importante. Si tratta di tre studi selezionati come rilevanti per la salute dell’uomo. Nella classifica dei primi dieci, il secondo posto se l’è aggiudicato lo studio sui CRISPR (da Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats), il quale evidenzia l’uso di una proteina batterica denominata Cas9, accoppiata a una sequenza di RNA, che permette di attivare o disattivare geni con grande precisione e facilità, una specie di “nanochirurgia” genetica.

Al quarto posto, lo studio per progettare vaccini con la biologia strutturale: un gruppo di ricercatori del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) ha indicato il meccanismo di legame di un anticorpo alla proteina F, localizzata sulla superficie del virus respiratorio sinciziale (RSV), in grado di inibire l’infezione da parte di questo virus che nel mondo uccide circa 160.000 bambini ogni anno. A novembre, lo stesso gruppo di ricerca ha dimostrato che il risultato ottenuto in precedenza poteva essere sfruttato per progettare una proteina F da usare come immunogeno, il principale componente di un vaccino.

Il terzo studio, classificatosi al decimo posto, riguarda il microbiota intestinale: numerose ricerche  si stanno concentrando sulla nuova generazione di integratori, i cosiddetti simbiotici. Questi coniugano il potere di rafforzamento del microbiota intestinale formato da  batteri “buoni” con quello dei prebiotici, sotto forma di fibre, in modo da far  ripopolare la flora batterica in un intestino lento o danneggiato. Queste comunità microbiche, si è scoperto, possono proteggere dalle malattie infiammatorie croniche, dalla disbiosi, possono essere fondamentali per il buon funzionamento di alcune terapie antitumorali, rinforzano il sistema immunitario e tengono lontano persino diabete e cancro al colon. Inoltre recentemente, è stato dimostrato che l’alterazione del microbiota intestinale è legata allo sviluppo dell’obesità.  Il microbioma è ora al centro di molti studi, a livello nazionale ed internazionale, ricevendo attenzione e molti finanziamenti».

 

Nonostante queste importanti scoperte, le “bufale pseudoscientifiche” continuano a catturare l’attenzione da parte dei media e di riviste scientifiche. Secondo Lei, anche da scienziati e giornalisti può scaturire la diffusione di affermazioni errate?

«A mio modesto parere, capita che la scienza possa propendere verso la sua “sensazionalizzazione” e quindi divenga esagerata, oppure, e questo mi sembra di gran lunga peggiore, accade che si usino risultati interpretandoli ad hoc per dimostrare un risultato piuttosto che un altro. Un altro problema riguarda la competitività nella pubblicazione, soprattutto in riviste di alto impatto come Nature o Science. Sta succedendo sempre di più che articoli sperimentali pubblicati su queste riviste siano metodologicamente non ripetibili in altri laboratori. Uno dei presupposti del metodo scientifico è proprio la ripetibilità del risultato nelle condizioni sperimentali descritte. Se cade questo presupposto, mi domando, a chi si deve credere?»

 

Un esempio di notizia sensazionalistica?

«Nel 2010 Craig Venter  ha pubblicato un articolo su Science in cui annunciava di avere “creato” in laboratorio “la prima cellula artificiale”. La notizia su molti giornali era riportata così: “Scientists have created the world’s first synthetic life”. In realtà, i fatti scientifici (la pratica!) dietro la notizia sensazionalistica erano che il gruppo di Venter aveva inserito il genoma di un batterio sintetico ottenuto in laboratorio – tramite tecniche usate comunemente in molti laboratori di genetica e biologia molecolare – in una cellula microbica di un altro microrganismo, di specie affine, chiaramente preesistente. La vita di questo microorganismo era quindi controllata da un DNA sintetico ed era in grado di dividersi e moltiplicarsi proprio come qualsiasi altra cellula vivente. Venter stesso dichiarò di “aver messo in moto”  quella cellula che si è potuta replicare dando vita ad una colonia che conteneva il DNA sintetico. L’esperimento pubblicato dal gruppo di Venter è di notevole importanza, ma non avrebbe dovuto scatenare nei media un dibattito che ha tentato di focalizzarsi sull’idea che l’uomo si voleva sostituire a Dio!»

 

Lei prima ha citato Louis Pasteur. Perché è importante la prevenzione?

«I vaccini sono una delle più importanti invenzioni dell’umanità. Dai primi esperimenti di Pasteur sulla immunizzazione nelle galline, a Jenner, che inoculò in un bambino una pustola infetta di virus del vaiolo prelevata da una vacca  immunizzandolo, la storia della nostro allontanamento da morte certa a causa delle malattie infettive, passa dalle vaccinazioni. L’avere fermato le pandemie dei secoli scorsi, e non solo queste, è un tributo all’uso dei vaccini».

 

Cosa risponde a chi sostiene l’idea che vi sia l’intenzione da parte di certe aziende farmaceutiche di trasmettere il tumore tramite i vaccini?

«La “notizia”, a dir poco allarmante, rimbalzata su vari social network e siti web senza peraltro essere verificata, riguardava il vaccino antipolio prodotto da Merck, che avrebbe “inoculato il cancro”. In realtà pare che, ma anche questa notizia rimane senza conferma, tra il 1955 e il 1963 un vaccino antipolio prodotto da questa multinazionale sia risultato contaminato dal virus oncogeno SV40. L’allarme,  lanciato da un dipendente dell’azienda stessa, ha fatto allertare la produzione e risolvere immediatamente la contaminazione delle linee cellulari utilizzate per il vaccino stesso. Ad oggi, non si ha alcun dato sull’ “innesco” di proliferazioni cancerogene nelle persone vaccinate;  quello che si sa per certo è invece che queste stesse persone erano immunizzate dalla poliomielite».

 

Dunque non c’è relazione tra vaccini e insorgenza di tumori.

«Si può dire che non vi sono basi scientifiche forti sull’associazione di un qualunque vaccino e il possibile sviluppo di tumori; ma soprattutto le poche ipotesi fatte contraddicono le conoscenze in nostro possesso sulla fisiologia del nostro sistema immunitario. All’origine dei tumori infatti, ci sono alterazioni genetiche, dette mutazioni, alcune ereditarie, altre causate da fattori esterni, che compromettono il fine equilibrio alla base della divisione cellulare. Il nostro sistema immunitario è in grado di controllare lo sviluppo dei tumori tramite la cosiddetta “immuno-sorveglianza”, cioè dando luogo ad una risposta immune nei confronti dei tumori in relazione all’espressione, sulle cellule tumorali, di molecole presenti sulle cellule normali solo in particolari fasi di differenziazione o in tessuti specifici. Inoltre l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), l’ente che valuta tutti gli agenti cancerogeni attualmente noti, non riconosce i vaccini fra gli agenti cancerogeni (più di 100 attualmente) in quanto questi ultimi posseggono, a dir poco, limitatissime evidenze di cancerogenicità nell’uomo.

Al contrario, vorrei portare due esempi a sostegno dell’uso dei vaccini: la vaccinazione antiepatite B, che ha ridotto drasticamente in Italia e in Europa il numero dei morti per tumore al fegato;  e l’utilizzo del vaccino contro il Papilloma Virus (HPV), che si pensa ridurrà il numero di morti per carcinoma della cervice uterina nelle nuove generazioni. I dati in nostro possesso, in termini di prevalenze dell’infezione e di efficacia del vaccino, ci inducono a pensare che questa predizione possa avverarsi».

 

Restando sui vaccini, altri studi smentiscono qualsiasi loro presunto legame con l’autismo. Quanto sono importanti i dati sperimentali e, soprattutto, la correttezza della loro valutazione?

«In questi anni, il dibattito acceso sulla correlazione tra l’uso di alcuni vaccini e l’autismo, scaturito anche dalla pubblicazione di alcuni dati su una importante rivista scientifica, in seguito rivelatisi falsi, ha continuato a rinfocolare gli animi contro le pratiche vaccinali. Un recentissimo lavoro, appena pubblicato sulla rivista Vaccine, ha invece dimostrato ampiamente l’inesistenza di una associazione fra autismo e vaccini. Questa meta-analisi è il risultato della valutazione di cinque precedenti studi che avevano coinvolto più di 1.256.407 bambini e prende in considerazione anche cinque studi caso-controllo con 9.920 bambini. Gli studi caso-controllo hanno confrontato i pazienti con diagnosi di autismo, con gruppi dalle caratteristiche simili, ma che invece non presentavano la medesima diagnosi, al fine di identificare eventuali differenze nell’esposizione a ipotetici fattori di rischio, quali appunto i vaccini. Gli studi di coorte, invece, hanno preso in considerazione la percentuale di bambini che erano stati vaccinati e in seguito aveva sviluppato l’autismo rispetto a quelli a cui non era stato somministrato nessun vaccino. Gli autori hanno ampiamente dimostrato che non vi era alcuna relazione tra vaccinazione e autismo, né disordini ascrivibili allo stesso. Inoltre, hanno confermato che non esiste alcuna relazione tra autismo e l’esposizione al mercurio o al thimerosal, composto a base di mercurio, che era utilizzato anni fa come conservante per i vaccini, ma il cui utilizzo fu sospeso sia negli Stati Uniti che in Europa a causa di timori, a questo punto, non fondati».

 

Ringrazio la prof.ssa Stefania Stefani, per avermi concesso l’intervista, e la dott.ssa Simona Purrello (laboratorio M.M.A.R.) per la preziosa collaborazione.

 

Fonte Immagine: Business Insider Australia, Dr. Simon Park/University of Surrey

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